Giornata della Memoria, come la Shoah viene raccontata nel cinema
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Giornata della Memoria, come la Shoah viene raccontata nel cinema

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, per commemorare lo sterminio degli Ebrei vittime del genocidio nazista: la Shoah, perché in quel giorno del 1945 l’esercito dell’Armata Rossa liberò il campo di concentramento di Auschwitz. In questi giorni, nelle sale italiane c’è “Paradise” un film di Andrei Konchalovskij che a proposito di memoria ha detto:
“La Shoah non è un tema abusato. L’ho riproposta perché non la ricorda più nessuno, come nessuno ricorda Mussolini. La gente va su Internet per scoprire queste cose. Il problema della perdita della memoria è davvero serio come ha scritto anche il vostro Umberto Eco in ‘Lettera a mio figlio”’.

Shoah, ancora un tabù…

Nella cultura del secondo Novecento, questa tragedia umana è stata oggetto di un acceso dibattito sul modo della sua rappresentazione al punto tale che alcuni pensatori, filosofi, registi ne teorizzavano il principio dell’irrappresentabilità. A testimonianza di quanto tabuizzata e inumana fosse questa tragedia, si sosteneva che la Shoah apparteneva all’ambito dell’ irraccontabile, se non solo attraverso la diretta esperienza testimoniale. Ma l’uomo ha bisogno di esorcizzare e ricordare per superare, per cui a partire dagli anni ‘50 si cominciarono a produrre opere cinematografiche che hanno affrontato questo argomento che non era solo ebraico ma dell’intera umanità.  

I diversi punti di vista:

In Francia, Alain Resnais con il suo documentario “Notte e Nebbia” (1955) sceglie la strada della documentazione di materiali d’archivio, in Italia, Gillo Pontecorvo osa con “Kapò” (1959) realizzando un film tutto ambientato in un campo di concentramento. E famosa è rimasta la polemica scatenata da Jacques Rivette che definì abietto il film di Pontecorvo perché la spettacolarizzazione in termini di finzione, creando partecipazione emotiva nello spettatore, sminuiva l’enormità della tragedia dello sterminio degli ebrei. Neppure Spielberg con il suo “Schindler’s List” (1993) è stato esente da polemiche e invettive da parte di autorevoli uomini di cultura e di cinema, Claude Lanzmann, già autore di un interminabile (dura circa 10 ore) documentario sull’argomento dal titolo appunto “Shoah” (1985), infatti si scagliò contro il regista Hollywoodiano accusandolo di usare la tragedia di un popolo per piegarla ai principi della spettacolarizzazione. La filmografia a riguardo nel corso degli anni è cresciuta enormemente, ha avuto anche il coraggio di cimentarsi con il genere della commedia, due titoli su tutti, “La Vita è Bella” (1997) di Roberto Benigni e “Train de Vie” (1998) di Radu Mihăileanu (il mio preferito) a testimonianza di come e per fortuna, alcune ortodossie di pensiero con il passar del tempo si siano ammorbidite circa l’idea tragica dell’irrapresentabilità, perché il cinema è immaginare e vogliamo negare all’immaginazione una ulteriore forma di conoscenza? Il cinema è raccontare, e spesso si racconta ciò che il pensiero non si riesce a spiegare.   Prima di concludere la lettura, dai un’occhiata al Reportage del fotografo Vincenzo Cammarata 
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