Sociologia

Il significato antropologico del Carnevale ieri ed oggi…

I riti del carnevale appartengono ad una società laicizzata e secolarizzata, consumista ed “eccessiva”, in cui si commercia tutto ciò che è possibile acquistare, dai viaggi nelle località più spettacolari ai costumi e alle maschere, fino ai servizi associati al divertimento, come le discoteche o le feste che privilegiano dei piatti abbondanti e dolciumi di ogni tipo. Sono tutti momenti che precedono il martedì grasso, che a sua volta ne rappresenta il climax, e che viene vissuto con travestimenti, scherzi e festeggiamenti con carri allegorici.

La storia del Carnevale

C’è una prima interpretazione etimologica che faceva derivare la parola carnevale da currus navalis (con allusione al “carro navale” della dea Iside: dea della fertilità) ma la sua origine affonda nell’ alto medioevo. Il primo termine (riferito non solo in Italia, ma in assoluto) si trova in un atto redatto a Subiaco nel 965, dove “carnelevare” è indicato come uno dei tre momenti dell’anno previsti per il pagamento dei censi ad un’abbazia. medieval-players Il carnevale medievale europeo affonda le sue radici nel passato pagano ed era affine ai Saturnali e ai Lupercali romani. Entrò a far parte del calendario ecclesiastico, nel quale gli furono riservati generalmente i quattro giorni precedenti la Quaresima. L’etimologia popolare collegava carnevale alla frase latina medievale «carne vale» (carne addio), dal momento che questa parola indica un periodo di feste e baldorie appena prima di Quaresima, quando mangiare carne diventava proibito. In questi giorni accade un rovesciamento dei ruoli sociali, delle classi di appartenenza che si mescolano in un aggregato collettivo sorprendente. Anche se c’è spesso stata una stigmatizzazione da parte delle autorità ecclesiastiche, insieme ai “nobili” e quindi la classe aristocratica, rispetto a quella “popolare” per quanto riguarda il carnevale. Ad esempio, nella Roma dei papi, le feste cittadine erano legate ai luoghi di Agone e Testaccio, dove fin dal Medioevo, si svolgevano svariate corse agonistiche, o palii, prevalentemente di carattere derisorio che verso la metà del Quattrocento erano così articolati: uno per gli ebrei, costretti anche a finanziare il carnevale con una tassa speciale a loro carico, uno per ragazzi sotto i quindici anni, uno per i giovanotti e un altro per gli anziani sessantenni, uno per asini e infine uno per i bufali. I palii erano occasione di divertimento da parte del pubblico che godeva nel veder correre per le strade tante persone rese ridicole, con scommesse sulle loro performance. Oggi, invece, tutti scendono in piazza travestiti per inneggiare la morte di Carnevale, che nell’interpretazione popolare è un signore dedito ai cibi più ricchi e succulenti e che spesso è volgare perché mangia così tanto da scoppiare. A lui sono associati anche i peggiori olezzi, come i “gorgoglii intestinali” delle flatulenze causate dal cibo prettamente contadino, come i legumi e i cereali. Non è un caso che i vari scherzetti fatti a Carnevale, come le uova lanciate sui passanti, le fiale dall’odore sgradevole o gadget che riproducono il suono di un peto siano in realtà legate a queste credenze. Carnevale-Venezia-venividivici_0 Il significato antropologico Il carnevale interpreta, in realtà, una stagione che precede la Primavera e indica la fine dell’Inverno, quindi da quest’idea nasce l’usanza di mangiare tutte le scorte della stagione che sta per terminare. Non solo, è un momento di estasi collettiva dove le norme sociali sono sabotate ed è possibile darsi agli eccessi, sia nel travestimento e nel cibo, che nelle pratiche sessuali (non è infrequente trovarsi per Rio de Janeiro e vedere gente dedicarsi all’amore en plein air!). Il normale ordine delle cose viene scaraventato e le persone si sentono libere di poter trasformare ogni ordine precostituito, almeno per il periodo limitato, attraverso l’attività ludica che ci dice molto su come la nostra società si orienti e necessiti di valvole di sfogo, anche estreme, per manifestarsi.
«In realtà, il Carnevale sta in un luogo che non è alcun luogo e in un tempo che non è alcun tempo, anche quando quel luogo sono le piazze principali di una città e quel tempo è riportato sul calendario ecclesiastico. Perché le piazze, i viali e le strade della città diventano il rovescio del loro io quotidiano […] Il modo in cui le persone giocano ci rivela più cose sulla loro cultura di quante ce ne rivela il modo in cui lavorano, perché ci fa pensare ai loro valori del cuore, uso questa espressione invece di valori-chiave perché il cuore ha i suoi valori, come pure le sue ragioni». (Victor Turner – Antropologia della performance)
Possiamo dire che in termini assoluti, il carnevale segna un rito di passaggio che va dal vecchio al nuovo e ruota intorno all’idea di soddisfare dei bisogni, cibo – sesso – divertimento, che in parte sono “castrati” dalla Chiesa che induce alla penitenza. Nel primo caso, c’è l’abbondanza dei cibi e dei travestimenti che sono vietati durante tutto l’anno, in quanto si pecca di gola, mentre il travestimento viene interpretato dalle autorità ecclesiastiche, come una forma di distacco dall’immagine divina che non è più simile al Creatore, ma molto più vicini a degli esseri diabolici (maschere di mostri e personaggi mitologici ed ecco perché l’associazione al satanismo). Nel secondo caso, il suo significato è sostanzialmente collegato a dei riti di iniziazione sessuale maschile, dove i ragazzi prima di arrivare al matrimonio, devono conoscere tante scurrilità e gesti osceni. Il messaggio è in antitesi alla castrazione e alla purezza del corpo, quindi un inno alla lussuria. Infine, il divertimento associato al gusto del ballo, dell’idea di scatenarsi, liberarsi dalle convenzioni sociali che esorcizza la paura della morte e della sofferenza ad essa associata.
«Il carnevale, infatti, pur essendosi radicalmente trasformato nelle forme turistiche dell’epoca attuale, comprende nelle sue strutture arcaiche contadine decisi elementi di lutto e pianto a carattere ludico e che nella loro portata giocosa, soprattutto nella sopravvivenza in vari villaggi, erano un calco dei cerimoniale di seppellimento e lutto appartenenti alle tradizioni della Chiesa cattolica o, per i paesi non cattolici, delle altre Chiese cristiane. Non secondario nel rito erano, accanto a quelli mortuari, elementi osceni e fallici. Dalle stesse rappresentazioni teatrali, la Quaresima era dominata da una predicazione spesso mortificatoria e terrificante contenuta nei cosiddetti quaresimali, prediche all’aperto nelle chiese, dove si proclamava il pentimento, fino alla pratica ascetica e alla meditazione sulla morte e sulla vanità del mondo. Era quindi un’occasione in cui si accentrava il bisogno collettivo di rappresentare in forme giocose e drammatiche questo distacco e l’entrata in una fase lugubre e rattristante del ciclo annuale che sarebbe terminata soltanto con la Pasqua». (Alfonso Maria Di Nola, La Morte Trionfata)
Riferimenti bibliografici:
Alfonso Maria Di Nola, La morte trionfata, Newton Compton Editori
Victor Turner, Antropologia della performance, il Mulino
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Enza Angela Massaro è una giornalista pubblicista, laureata in Sociologia presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Lavora come docente di sociologia e comunicazione presso enti di formazione e nel tempo libero si dedica alle sue due passioni: la moda e la fotografia.

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