Sociologia

Il giudizio sociale: come individuarlo e combatterlo

La psicologia sociale ci insegna che il comportamento umano può essere definito in svariati modi ed è attinente alla sfera cognitiva dell’individuo che quando è in riferimento all’altro valuta il suo altrettanto comportamento come giusto o sbagliato. «ll mondo giudica gli uomini non dalle prove, ché non ha tempo di ricercarle, ma dalle apparenze, onde poco basta a passare per una perla e pochissimo per un briccone» (A. Gabelli) I termini “giusto” e “sbagliato” sono delle categorie dell’intelletto che rimandano al giudizio di valore, poiché dietro al giudizio che diamo si nasconde un valore, un modo di sentire le cose. Il giudizio che diamo a qualcuno che non è come noi, diventa critica, perché in quel modo stiamo comunicando a quella persona che non abbiamo i suoi stessi valori. I giudizi morali sono condannati dalla società moderna eppure ancora persistono perché sono difficili da abbattere. Spesso i giudizi che sentiamo diffondere in giro sono quelli che maggiormente attengono ad una controcultura. La cultura del sacro, della famiglia e della libertà. In base alle nostre esperienze di vita, accettiamo o condanniamo una persona. Riesce più semplice fare un esempio: «non condivido il suo modo di fare, perché è bigotto, dunque sbaglia!»(“apertura mentale” vs “chiusura mentale”); «quella persona va sempre in chiesa e quindi crede ad ogni aspetto della religione, dunque è paranoica, sbagliata, malata» (“fede” vs “ateismo”) ancora: «se sai ridere e scherzare in ogni evenienza sei simpatico, dunque sei giusto» (“ottimismo” vs “pessimismo”). Non esiste un atteggiamento più categorico di questo. Il giudizio sociale nasce nelle categorie del pensiero già a partire dall’infanzia dell’individuo, i genitori e i vari agenti di socializzazione, insegnano ai bambini a comportarsi in un modo o nell’altro. Nella fase evolutiva il bambino cresce e diviene adolescente. Ogni adolescente trova il suo giudizio morale nella cultura massificata, nello studio e nelle relazioni tra pari; il più delle volte però è il gruppo di amicizie che regola il suo punto di vista. La famiglia è comunque la base di ogni scelta tra una categoria di un pensiero ed un’altra. Ciò che apprendiamo durante la nostra crescita sarà la base della nostra vita adulta. Il bagaglio identitario fatto di esperienze, emozioni ed episodi particolari ci dice chi siamo. Il vero grado di riconoscimento dipende da noi e dagli altri. Noi ci percepiamo in un modo e gli altri possono o meno riconoscerci. Quando le nostre aspettative trovano un consenso effettivo, riusciamo a coltivare delle relazioni sociali costruttive e durature. Se ciò non avviene, dopo varie interazioni partono le critiche. Se le critiche non sono accettate e condivise, partono gli insulti. Ogni persona è un mondo a sé. Dovremmo imparare a rispettare questa unicità. Pur risultando molto o poco attraente, simpatica, allegra e speciale, una persona rivela il suo vissuto. Poiché viviamo nella società dell’immagine apparente, tutto ciò che distorce con il tipico abbigliamento, con il solito fare del simpatico, della battuta sempre pronta viene stigmatizzato come negativo. Allo stesso modo possiamo constatare come venga deriso ciò che non è “sano” (deciso poi da chi non è esperto in materia) ed è etichettato come “pazzo”senza nessuna motivazione. I giudizi volano a raffica ed è spaventoso vedere come si scagliano contro ogni essere umano con una velocità assurda. Non tutti si comportano in questo modo, ma è un atteggiamento piuttosto comune, attiene alla mancanza di crescita individuale. Proprio in merito alle “osservazioni sul campo” riscontro un aumento dell’insensibilità verso le persone che hanno più disagi ed un disprezzo continuo delle persone che vivono una vita agiata. Invidia collettiva? Molti direbbero così, ma spesso è quasi vietato citare questo termine. il motivo? La morale, la religione, il perbenismo la condannano. Ma cos’è? L’invidia è un atteggiamento naturale dell’uomo, si supera accettando i propri limiti valorizzando soprattutto le proprie capacità. E’ l’autostima che deve essere “riparata”. Molti lo sanno ma pochi riescono a metterlo in pratica. Dunque chi riesce a farlo, non vive di giudizio sociale, almeno cerca di limitarlo. Chi invece non riesce a fare i conti con i proprio dispiaceri, i propri fallimenti e si sente frustrato cade nella trappola del giudizio. Cerchiamo di non farci condizionare dall’apparenza e per capire chi abbiamo difronte guardiamo i suoi occhi.
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Enza Angela Massaro è una giornalista pubblicista, laureata in Sociologia presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Lavora come docente di sociologia e comunicazione presso enti di formazione e nel tempo libero si dedica alle sue due passioni: la moda e la fotografia.

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